Alla fine dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento l'agricoltura era uno dei pilastri della società palestinese: coltivare la terra significava garantire reddito alle famiglie e mantenere un legame diretto con il territorio. Nel 1909 la maggior parte delle terre arabili risultava coltivata e la maggioranza della popolazione viveva di agricoltura.
Questo equilibrio cominciò a incrinarsi con la fine del dominio ottomano e l'avvio del mandato britannico. Le politiche britanniche facilitarono l'immigrazione ebraica e il consolidamento degli insediamenti, molti dei quali si svilupparono nelle aree agricole più produttive. L'agricoltura palestinese, pur restando centrale, iniziò così a perdere parte della propria autonomia; un processo che, nei decenni successivi, avrebbe ridefinito profondamente il rapporto tra popolazione, terra, acqua e mobilità.
Una prima frattura decisiva arrivò nel 1948, quando la guerra determinò lo spostamento di una larga parte della popolazione palestinese e la perdita di molte terre coltivate. Gli armistizi del 1949 definirono la Green Line, separando Israele dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza fino al 1967.
Con l'occupazione israeliana di questi due territori, il controllo militare si estese anche alla gestione della terra, delle risorse idriche e della mobilità. L'agricoltura palestinese iniziò così a dipendere sempre di più da un sistema di autorizzazioni, restrizioni e controlli esterni, che limitava la capacità dei contadini di lavorare liberamente i propri terreni.
Tra il 1993 e il 1995 gli Accordi di Oslo introdussero una nuova frammentazione territoriale, dividendo la Cisgiordania in Aree A, B e C. L'Area C copre circa il 60% del territorio ed è rimasta sotto pieno controllo civile e militare israeliano. Qui si trova la maggior parte delle terre agricole e dei pascoli: scavare un pozzo, costruire una serra o un ricovero per gli animali richiede permessi.
Ciò che fino ad allora aveva agito soprattutto sul piano politico, amministrativo ed economico assunse una forma fisica nel territorio: prima a Gaza, dove barriere e recinzioni iniziarono a chiudere progressivamente la Striscia, poi in Cisgiordania, dove dal 2002 Israele ha avviato la costruzione del muro di separazione.
Presentato spesso ai media occidentali come una “barriera di sicurezza”, il muro ha prodotto effetti che superano la sola dimensione militare. Il suo tracciato corre per l'85% all'interno della Cisgiordania anziché lungo la Green Line: ridisegna così lo spazio e crea, tra il muro stesso e la linea del 1949, una fascia di territorio interclusa nota come seam zone (zona di confine), il cui accesso è sottoposto a un sistema di permessi.
A queste restrizioni si aggiungono le zone cuscinetto direttamente adiacenti al muro e la classificazione di altre porzioni di territorio come riserve naturali o siti archeologici e religiosi ebraici, che può limitarne ulteriormente l'accesso ai palestinesi.
La costruzione del muro ha comportato lo sradicamento di oltre due milioni di alberi. Il suo tracciato ha frammentato aziende agricole, foreste, praterie e risorse idriche, impedendo l'accesso alle terre e il loro utilizzo.
In Cisgiordania, fuori dalla zona di confine, vivono circa 150 comunità palestinesi che possiedono terreni agricoli al suo interno, e che per questo sono costrette a richiedere permessi speciali o un “coordinamento preventivo” per accedere ai propri raccolti e al proprio bestiame. Gli agricoltori possono accedere ai loro terreni solo attraverso 69 cancelli designati, controllati dalle autorità israeliane e generalmente chiusi. La maggior parte dei cancelli agricoli viene aperta solo durante la raccolta delle olive, tra ottobre e novembre, per un numero limitato di ore al giorno.
Circa 11.000 palestinesi che vivono nella zona di confine e che sono in possesso di carte d'identità della Cisgiordania dipendono anche dal rilascio di permessi o accordi speciali per poter vivere nelle proprie case. Per entrare a Gerusalemme Est questi stessi documenti non bastano: serve un permesso speciale delle autorità israeliane, e l'accesso è possibile solo attraverso quattro dei 14 checkpoint della Barriera.
Questo sistema di permessi e accessi, che impedisce agli agricoltori di raggiungere i propri terreni e pascoli nella zona di confine, ha compromesso il sostentamento di migliaia di famiglie che vivono di agricoltura. Le richieste di permesso vengono regolarmente respinte perché gli agricoltori non riescono a dimostrare il loro “legame con la terra” in modo soddisfacente per le autorità israeliane, oltre che per motivi di sicurezza. La chiusura quasi permanente di tutti gli accessi agricoli, con rare eccezioni, ha costretto i titolari di permessi a interrompere la coltivazione o a passare da colture ad alta intensità di manodopera a colture pluviali e di minor valore.
L'accesso dei palestinesi ai terreni oltre la Barriera è diventato via via più complesso e selettivo: se all'inizio degli anni Duemila bastavano pochi documenti, dal 2006 si sono aggiunti moduli, certificati di proprietà e tempi di attesa più lunghi. Negli anni seguenti i requisiti sono cresciuti ancora: documenti ereditari, domande separate per familiari e lavoratori, quote legate alla dimensione del terreno, restrizioni per le particelle più piccole.
Anche l'apertura dei cancelli è stata ulteriormente ridotta: oggi restano aperti solo per brevi periodi.
Tra il 2014 e il 2021 il numero di permessi richiesti da proprietari terrieri e lavoratori agricoli è diminuito del 77%, principalmente a causa degli elevati tassi di rigetto, della complessità delle procedure, della breve durata dei permessi e dei limitati orari di apertura dei cancelli. Dopo il 7 ottobre 2023 le restrizioni si sono ulteriormente intensificate.
Nell'aprile 2026 OCHA registrava circa 62 cancelli agricoli lungo la Barriera, meno di quelli censiti in precedenza, e la maggior parte rimane chiusa per tutto l'anno. Durante la raccolta delle olive del 2025 il 74% dei cancelli è stato aperto, ma soltanto per un numero limitato di giorni.
A questo si aggiunge il caso di 98 comunità palestinesi, distribuite in nove governatorati, che devono richiedere un “coordinamento preventivo” all'esercito israeliano per accedere ai terreni situati nei pressi degli insediamenti, con accessi generalmente consentiti soltanto due volte l'anno.
Le limitazioni all'accesso ai terreni hanno comportato una riduzione del 60% della resa produttiva nei terreni al di là della barriera. Il muro trasforma così l'agricoltura in un'attività discontinua, e questa discontinuità emerge con evidenza negli uliveti.
Le piantagioni di ulivo coprono circa il 45% della terra coltivata disponibile in Cisgiordania e Gaza, e l'olio palestinese è storicamente riconosciuto per la sua qualità. Nella stagione 2023 gli agricoltori palestinesi hanno subito una perdita stimata di oltre 1.200 tonnellate di olio d'oliva, con un danno economico diretto di 10 milioni di dollari. L'impatto è stato particolarmente grave nei governatorati settentrionali di Tulkarm, Qalqilya e Nablus.
Il caso di Hamed Radwan, agricoltore di Nabi Ilyas, è emblematico: la sua famiglia ha perso terra e 56 ulivi per la costruzione dell'insediamento di Alfei Menashe e del muro, e ciò che era un tragitto di pochi minuti è oggi soggetto a permessi e accessi limitati.
Questa intermittenza ha anche risvolti giuridici. Il Codice fondiario ottomano del 1858 prevedeva che la mancata coltivazione per tre anni consecutivi delle terre miri ne comportasse la riassegnazione. Le autorità israeliane hanno usato questa norma, in modo controverso, per dichiarare “terre di Stato” terreni non coltivati a sufficienza, proprio a causa degli ostacoli che ne impediscono l'accesso regolare.
Alle conseguenze legali ed economiche si aggiungono effetti ambientali altrettanto significativi, visibili anche dallo spazio. Analizzando le immagini satellitari Landsat dal 1985 a oggi lungo due tratti del muro, a Qalqilya e a Tulkarm, emerge lo stesso andamento. Fino al 2002 la fascia di terreno dove oggi corre la Barriera aveva la stessa vegetazione dei terreni circostanti. Tra il 2003 e il 2004, con la costruzione, la vegetazione lungo il tracciato è crollata, e da allora non si è più ripresa. Per misurarla si usa l'indice di vegetazione (NDVI), che il satellite calcola dalla luce riflessa dal suolo. Le piante vive assorbono la luce rossa e riflettono molto l'infrarosso, così l'indice è vicino a zero su terra nuda, roccia o cemento e cresce dove la vegetazione è più fitta. Dal 2004 questo indice, nella fascia lungo il muro, è in media inferiore del 29% a Qalqilya e del 24% a Tulkarm rispetto ai terreni a poche centinaia di metri. Il satellite non misura la biodiversità, ma mostra con precisione l'impronta fisica del muro.
Qalqilya
Tulkarm
Gli effetti di questa frammentazione sono documentati dagli studi di Husein e Qumsiyeh. Secondo questi studi, il muro spezza i corridoi ecologici e divide gli habitat, impedendo gli spostamenti di animali come iene e gazzelle e contribuendo al loro declino. Riducendo le terre accessibili, costringe inoltre il bestiame a pascolare in spazi più ristretti: il terreno viene sfruttato troppo, la vegetazione si impoverisce e il suolo si erode. Questa frammentazione altera anche gli equilibri tra le specie, creando condizioni favorevoli all'espansione di popolazioni come cinghiali e iraci.
Gli effetti si estendono anche agli ecosistemi acquatici: il muro, insieme alla captazione delle acque sorgive e all'alterazione dei corsi d'acqua, è associato in diverse aree al calo delle popolazioni di anfibi e alla riduzione di numerose specie vegetali.
A questa trasformazione ambientale si aggiunge una pressione più diretta: la violenza contro chi coltiva la terra.
Secondo i dati presentati nel 2025 dal Palestinian Olive and Olive Oil Council, circa un milione di ulivi sarebbe stato distrutto in Cisgiordania dal 1967, di cui oltre 250.000 tra il 2010 e settembre 2025. La tendenza si è intensificata negli ultimi anni: solo nel 2025 la Colonization and Wall Resistance Commission ha registrato 35.273 alberi danneggiati, sradicati o colpiti da attacchi, quasi 27.000 dei quali ulivi.
I coloni israeliani, appoggiati dall'esercito, attaccano frequentemente gli agricoltori palestinesi e i loro sostenitori durante la raccolta delle olive.
La diffusa distruzione degli ulivi è una strategia chiave negli sforzi di Israele per spingere i palestinesi fuori dalle loro terre ed espandere gli insediamenti illegali.
Nel 2025 si sono registrati 158 episodi di violenza da parte dei coloni durante la raccolta. Gli attacchi spaziavano da violente aggressioni fisiche, arresti, restrizioni alla libertà di movimento e negazione dell'accesso a intimidazioni e molestie di ogni genere, fino a colpi d'arma da fuoco diretti.
Israele continua i suoi sforzi per minare lo stile di vita palestinese, storicamente radicato nella terra come fonte di sostentamento e identità. Tutte queste pratiche mirano a indebolire questo rapporto e fanno parte di un piano chiaro e dichiarato per controllare la geografia palestinese.